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Lui & Lei

Il telecomando – 2


di Membro VIP di Annunci69.it Ilmarinaiosimbad
26.10.2026    |    870    |    1 7.1
"Lei gli prese il mento tra due dita e glielo tenne alto, perché non potesse nasconderlo..."
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Fui io a proporlo. A Davide dissi solo: c'è una donna, in palestra. Quella della festa, quella che non ti risponde. Lui smise di mangiare. Il resto lo fece da solo, nella sua testa, e ci arrivò convinto che fosse una sua conquista, o al massimo un regalo che gli facevo io. Dalla festa, a cena, non mi aveva più raccontato di nessuna donna. Per una volta la storia da raccontare ce l'avevo io, e lui non se ne accorse.
Lei arrivò il sabato alle nove, con la stessa giacca e le gambe nude. Sulla porta, prima ancora di entrare, guardò Davide e disse: “Una regola. Tu guardi. Non tocchi. Ci stai?”
Davide rise. Poi vide che lei non rideva.
“Sì.”
In camera lui si sedette sulla sedia dove la sera buttava i vestiti, spostata davanti al letto. Lei si sfilò la giacca e la lasciò cadere sul pavimento, e sotto non c'era davvero niente. Non guardò Davide una sola volta. Poi spogliò me, lentamente, e ogni tanto si fermava e chiedeva: così? E qui? Più piano? Dalla sedia, Davide le guardava la bocca. Io dovevo rispondere. All'inizio non sapevo cosa dire: a letto nessuno mi aveva mai chiesto niente. Dicevo sì a tutto, per abitudine, e lei se ne accorgeva e si fermava. “Non sì. Dimmi cosa.” E io, a trentacinque anni, dovetti imparare a dirlo. Le prime parole mi uscirono storte, e mi vergognai. Poi uscirono meglio. «Lì. Non smettere. Più forte.» Erano mie.
Nessuno mi teneva la nuca. Nessuno mi girava. Le sue mani non mi tenevano ferma: aspettavano, e ripartivano quando parlavo io. Il corpo, abituato alla forza, all'inizio non capiva cosa fare di tutto quello spazio, e cercava ancora la spinta per potercisi appoggiare. Poi smise di cercarla. C'era quello che volevo, e qualcuno che lo faceva perché l'avevo detto io. Mi faceva paura, e per questo mi piaceva di più.
Venni con gli occhi aperti su Davide. Era seduto dritto, eccitato: si vedeva sotto i pantaloni, e si vedeva nella faccia. Le mani ferme sulle ginocchia, le nocche bianche, le stesse mani che mi lasciavano i lividi sui fianchi. Non si era mosso per tutto il tempo. Mi fece tenerezza, come un cane a cui hanno detto «resta» e che resta, tremando. E mi diede fastidio per lo stesso motivo.

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Lei se ne andò subito, senza farsi la doccia. Si rimise la giacca e disse ciao dalla porta, a me.
Alle tre eravamo in cucina. Davide beveva dal rubinetto, chino sul lavello, come faceva da studente. Io ero seduta al tavolo in accappatoio. Tra noi, sul tavolo, il suo telefono con l'app aperta.
“Mi è piaciuto,” disse, senza voltarsi. Poi si voltò. “Non poter toccare. Mi è piaciuto.”
E abbassò gli occhi. Non gliel'avevo mai visto fare davanti a me. Li abbassava davanti a suo padre, una volta davanti a un vigile. Davanti a me mai.
Mi aspettavo che adesso me la raccontasse, quella notte, come mi raccontava le sue donne: con i particolari, studiandomi la faccia per vedere se reggevo. Non lo fece. Non aveva niente da raccontare. Lei non era stata sua neanche per un minuto.
Guardai il telefono. Non lo toccai.

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Per due settimane, a tavola, il telefono che Davide guardava era il mio. Poi arrivò il messaggio, sul numero che le avevo dato sotto la doccia. Un indirizzo, un'ora. Nient'altro.
Glielo mostrai. Lo lesse e mi chiese che cosa doveva mettersi. Non gli risposi. Si mise la cravatta della festa.
Il club era in via Mecenate, dalle parti di Linate, in un capannone tra un deposito di pneumatici e una carrozzeria, protetto da una porta di ferro. Davide era nervoso, e quando era nervoso parlava troppo. Lei ci aspettava dentro, in un vestito nero corto, di jersey, con uno scollo a V che scendeva fino all'ombelico. Le gambe nude. Nella penombra dell'ingresso gli uomini si voltavano, e lei guardava oltre, come alla festa.
Nel guardaroba, mentre Davide consegnava i cappotti, mi prese il telefono di mano. Aprì l'app, la nostra, e aggiunse un dispositivo: lo stesso modello del mio. Sotto la doccia le avevo detto anche quello. Cancellò il nome del modello, ne scrisse un altro e me lo restituì. Sullo schermo, un nome che non conoscevo, «Lykaina», e la scritta «connesso».
“Stasera ce l'ho io,” disse. “Comandalo.”
L'ovetto era dentro di lei, collegato al mio telefono e a nessun altro. Funzionava solo da vicino, come il telecomando dei primi anni: il guinzaglio era di nuovo corto, e stavolta lo tenevo io. Davide non ne sapeva niente. Il telefono era caldo della sua mano. Lo misi nella tasca del vestito e ci tenni dentro la mano per tutta la sera.
La pedana era al centro della sala grande, un quadrato di legno scuro sotto una luce rossa, alto quanto un gradino. Intorno, il pubblico: sagome, bicchieri, il vapore dolciastro delle sigarette elettroniche. Lei ci salì per prima, con una borsa di pelle, e la posò sul bordo. Poi prese Davide per il polso, e lui la seguì. Mi cercò con gli occhi, e io restai dov'ero, fuori, contro una colonna.
Lei si portò le mani alle spalle e fece scendere le spalline. Il vestito le scivolò lungo il corpo e cadde intorno ai piedi. Rimase nuda, e la sala smise di parlare. Chi era al bar si voltò, chi era sui divani si alzò. In un minuto intorno alla pedana c'era un cerchio di gente, due o tre file, e dovetti puntare i piedi per tenere il mio posto contro la colonna. Dalla borsa lei tirò fuori uno strap-on nero e se lo allacciò ai fianchi senza fretta, stringendo le fibbie una per una, guardando Davide in faccia. Qualcuno fischiò. Io capii cosa stava per succedere un attimo prima di lui, che lo capì dalla mia faccia. E non smise di guardarmi, come mi guardava a cena: cercava una smorfia, una domanda. Non gli diedi niente. Allora si voltò verso di lei, e le guardò la bocca. Lei aveva aspettato che si voltasse.
“Vuoi?”
Davide disse sì. Lo disse piano, a lei sola.
“Non ti sentono. Come ti chiami?”
“Davide.”
“Più forte. Devono sentirti.”
“Davide.” Poi, senza che lei glielo chiedesse: “Sì.”
Dal cerchio rispose qualcuno: “Bravo, Davide.” Risero in molti. Una donna in prima fila lo ripeté con la voce che si usa per i cani: “Bravo.”
Gli slacciò lei la cintura e gli abbassò i pantaloni fino alle ginocchia. Aveva ancora la camicia e la cravatta: dalla vita in su sembrava uscito da una riunione. Qualcuno disse “il manager”, e il cerchio rise di nuovo. Lei lo fece mettere a quattro zampe sul bordo della pedana, con la faccia verso di me, e quelli in prima fila fecero un passo indietro per fargli posto e poi due avanti. Gli prese la cravatta, se la girò intorno alla mano come alla festa, e lui alzò la testa verso il pubblico. Poi lei si inginocchiò dietro di lui, lo prese per i fianchi, come lui prendeva me, ed entrò.
A quattro zampe, con qualcuno dietro che decide quando e quanto, per sedici anni c'ero stata io, con la faccia nel materasso. La faccia che si fa, lì sotto, io la conoscevo solo da dentro: la facevo, ma non l'avevo mai vista. Adesso la vedevo sulla sua, e la vedevano tutti. Gli occhi che si chiudevano e si riaprivano, la bocca aperta senza che ne uscisse niente, la fronte che si bagnava.
Un uomo in camicia bianca, a due metri da me, si toccava dai pantaloni aperti e a ogni spinta diceva “così” a mezza voce, come se la scena la dirigesse lui. Qualcuno contava le spinte ad alta voce, e gli altri gli andavano dietro. Una ragazza con un collare di pelle si inginocchiò sul bordo della pedana, all'altezza della faccia di Davide, e gli chiese: “Posso?” Lui fece sì con la testa. Lei gli prese il mento tra due dita e glielo tenne alto, perché non potesse nasconderlo. Solo una coppia contro il muro in fondo, lei con la gonna tirata su, la pedana non la guardava per niente.
Tirai fuori il telefono e toccai il cursore, appena. La vibrazione le arrivò dentro, e lei ebbe un sussulto e spinse più a fondo. Abbassai, e rallentò, fino a fermarsi dentro di lui, ad aspettare. Riportai su, e riprese, più veloce. Lo feci tre volte per esserne sicura. Ogni volta quello che il mio pollice faceva a lei, lei lo faceva a lui, spinta per spinta: il ritmo lo decidevo io. Quando la tenevo ferma il cerchio protestava, qualcuno batteva i piedi; quando la lasciavo andare, applaudiva. Il pubblico credeva di guardare lei. Lei lo sapeva, e non guardava mai Davide. Guardava me, sopra la sua schiena, con il mento alzato, e aspettava il cambio successivo. Dirigevo la scena da tre metri, attraverso il corpo di un'altra, e con la scena la sala. Lì dentro nessuno lo sapeva tranne lei.
Davide mi cercava con gli occhi. L'uomo in camicia bianca seguì il suo sguardo fino a me.
“È tuo?”
Non risposi. Portai il cursore a metà, e il cerchio ricominciò a contare.
Io ero lì, davanti a lui. Ma non ero dove mi cercava. Dopo un po' smise di cercarmi. Cominciò a spingere indietro, incontro a lei, da solo, e dalla bocca gli uscì un verso che non gli avevo mai sentito fare, né con me né, credo, con nessuna delle sue donne. Il cerchio lo sentì e gli rispose con un applauso. Mi accorsi che contavo anch'io, a mezza voce, con gli altri. Avevo abbassato la testa sotto la sua mano per quasi metà della mia vita, e adesso che lo guardavo a quattro zampe sotto quella luce, con cinquanta persone che contavano, non trovavo più niente sotto cui abbassarla. Non c'era un padrone. C'era un uomo di trentacinque anni a cui piaceva quello che gli stava succedendo, davanti a tutti, e io non sapevo cosa farmene.
Portai il cursore in fondo.


(continua)
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